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Area Blog » Giovani Valori: un testimone privilegiato racconta il suo punto di vista - Venerdí 04 Giugno 2010
Freccia Titolo Giovani Valori: un testimone privilegiato racconta il suo punto di vista

Nell'ambito del progetto "Giovani Valori", prosegue l’impegno della Provincia di Vicenza per conoscere meglio il mondo giovanile in rapporto a tematiche come la sicurezza stradale e l'uso/abuso di sostanze.

Questa settimana i giovani sono raccontati dal dr. Vincenzo Balestra (nella foto), medico e psicoterapeuta, direttore del Dipartimento per le Dipendenze dell’Ulss n. 6 "Vicenza", i cui obiettivi sono fornire consulenza su droghe e alcol a cittadini, famiglie e scuole, diffondendo una cultura della vita senza droghe legali e illegali.
L’intervista offre uno sguardo completo e lucido sulla situazione dei ragazzi vicentini, sul loro modo di approcciarsi al pericolo e sulle azioni da mettere in campo per prevenire.



PROVINCIA GIOVANE: In base alla sua esperienza, crede che i giovani siano consapevoli dei problemi legati alle dipendenze?
Dr. VINCENZO BALESTRA:
Innanzitutto i giovani credono di essere informati; in realtà io e i miei colleghi ci accorgiamo che le informazioni che hanno a riguardo non sono così precise e dettagliate, soprattutto circa le conseguenze negative dell’uso di certe sostanze. Ci sono delle informazioni che vengono condivise ed enfatizzate, ad esempio che l’eroina e la cocaina sono nocive, in altri casi invece c’è leggerezza: in particolare sull’alcol, perché è una sostanza legale, e sulla cannabis, per la quale c’è la convinzione che un uso sporadico non sia pericoloso.
Ho constatato che i giovani non conoscono gli effetti collaterali dell’alcol e della cannabis, non hanno la consapevolezza che alla loro età il cervello sta costruendo le reti neurali: dal momento che si tratta di un organo plastico e non statico, l’uso di sostanze in giovane età è molto più dannoso rispetto ad un cervello già strutturato. In termini analitici, ciò ha un impatto sul livello di concentrazione e di memoria, altera la percezione che si ha alla guida, crea disforia, cioè alterazione dell’umore. Tutto questo i ragazzi non lo sanno a priori.
Per quanto riguarda l’alcol, la questione sta soprattutto nel fatto che i ragazzi tendono a non percepire come un problema ciò che non produce effetti dannosi a breve termine. Non arrivano quindi ad immaginare le conseguenze dei loro comportamenti sul medio e lungo periodo. Quindi su questo problema credo non arrivi una corretta informazione ai giovani. Quando parlo con loro li invito a visitare il sito nazionale (NdR www.dronet.org), ma non so se poi lo facciano. Credo che manchi un’informazione più scientifica e dettagliata.

P.G.: Attraverso un portale come Dronet, che tratta la tematica in maniera approfondita, non si corre il rischio di spaventare i ragazzi?
V.B.:
Si, questo potrebbe accadere. D’altronde esistono anche molte informazioni non ufficiali in internet. Ovviamente una strategia preventiva, legata soltanto all’enfatizzazione dei danni causati dalle sostanze, non ha un impatto sui giovani: innanzitutto perché a quell’età si ama la sfida e la trasgressione, in secondo luogo perché sperimentando gli effetti positivi di queste sostanze, non sopportano le paternali sulle conseguenze negative.

P.G.: Cosa fare allora per prevenire: quale tipo di informazione sarebbe più utile?
V.B.:
Quando personalmente intervengo sui giovani, li invito a consultare dei siti specialistici per trovare notizie, ma ciò a cui tengo di più è farli riflettere sulla motivazione che li spinge al consumo. Ossia indago se l’uso si inserisca nell’area ludica del giovane o se sia un tentativo di alleviare un dolore psicologico, relazionale, esistenziale. Questo mi permette di allargare la visione e di farli riflettere sul senso dei loro comportamenti, sull’orientamento che vogliono dare alla loro vita e sulle loro scelte. Credo siano queste le radici fondamentali per poter essere educati.

P.G.: Quali sono le specifiche attività di prevenzione promosse dal Suo Dipartimento?
V.B.:
Abbiamo istituito un Centro di Informazione e Consulenza (CIC) nelle scuole, che per noi non è tanto lo psicologo che dà consulenza, ma piuttosto è l’attivazione di un percorso formativo e informativo che coinvolge i ragazzi e gli insegnanti, in modo da costituire dei gruppi nelle scuole e attivare poi dei processi. I ragazzi infatti devono essere coinvolti: se vengono posti davanti ad una conferenza e avvertono che dietro c’è solo esigenza di controllo, allora snobbano l’iniziativa. Se invece sono protagonisti e vengono spronati a riflettere, allora seguono di più. Queste iniziative vengono portate avanti in maniera sistematica. Inoltre stiamo cambiando il target, ora interveniamo anche sulle scuole medie inferiori su richiesta degli insegnanti.
Oltre alla Campagna Meno Alcol Più Gusto e alla collaborazione con le feste rock, abbiamo un progetto che esiste già da molti anni e interessa tutta la provincia, si chiama Blu Runner: è un camper itinerante che si stabilisce davanti ai locali e alle discoteche, in cui i ragazzi possono fare l’alcol test, hanno la possibilità di incontrare operatori che diano loro informazioni più corrette, di interrogarsi su cosa significa divertirsi, di capire quali sono i comportamenti a rischio.

P.G.: Prendendo spunto dal portale creato ad hoc per la campagna Meno Alcol Più Gusto, i giovani accolgono i messaggi così veicolati? O la comunicazione, anche via web, parte e finisce tra gli addetti ai lavori?
Ho dei dubbi, perché i ragazzi hanno i loro canali comunicativi, dunque bisognerebbe entrare in quei canali. Esistono portali come Dronet, ma non credo che i ragazzi di loro iniziativa li vadano a visitare. Internet ormai è un mondo talmente vasto che un portale a se stante fatica a trovare un pubblico, ormai si deve passare attraverso Facebook o Youtube per farsi conoscere.

P.G.: Come giudica l’approccio dei mezzi di comunicazione sul tema delle dipendenze?
V.B.:
C’è molta enfasi sui danni prodotti dalle droghe, la filosofia usata è prevalentemente di tipo repressivo, mentre invece c’è poca attenzione alle strategie di tipo educativo.
C’è poi una correzione da fare: il fenomeno non è delle dipendenze, ma del consumo. L’80% degli italiani consuma alcolici, circa il 40% dei ragazzi ha provato uno spinello, ma non tutti diventano dipendenti. La dipendenza si sviluppa perché prima dell’incontro con le sostanze esistono dei problemi, una certa personalità, dei modelli educativi, ecc. La questione dipendenze è una situazione-limite, mentre il consumo e l’abuso di alcolici e cannabis sono problemi sociali che non riguardano solo i giovani: è riduttivo pensare che riguardi solo i giovani. Se pensiamo agli stili di vita e ai modelli proposti nel mondo adulto, l’alcol è il protagonista.

P.G.: In merito al consumo, cosa si può fare però quando fallisce la prevenzione, ad esempio di fronte alla banalizzazione e all’abitudine dello “sballo da weekend”?
V.B.:
In una recente trasmissione della rete TVA Vicenza, "Link", registrata con i ragazzi del liceo Lioy sul tema del divertimento, ho trovato interessante che abbiano posto in evidenza il fatto che per divertirsi, anche usando sostanze, bisogna stare attenti alle dosi, perché a basse dosi ci si diverte, ad alte no. Soprattutto, è emerso che quando uno degli amici è troppo alterato non ci si diverte più. Questo viene percepito, ma poi che venga messo in atto è un altro discorso.
Accanto alle campagne di prevenzione, ciò che modifica i comportamenti sociali sono il mercato e soprattutto l’immagine sociale. I più produttivi sono gli interventi di tipo sociale, che mettono in discussione gli stili di vita, com'è successo ad esempio con il consumo di tabacco dal momento in cui non si è più potuto fumare nei locali. I giovani infatti sono molto attenti all’immagine: se l’uso di una sostanza ti rende “sfigato”, il gioco non vale la candela.
Dopo la campagna contro il fumo, adesso quella contro l’alcol alla guida mi sembra abbia un impatto notevole, non solo tra i giovani. Le persone sono spinte a chiedersi quali saranno le immediate conseguenze, ad esempio, di una cena fuori casa. 

P.G.: Quando e come i giovani si rivolgono al Ser.T (Servizio per le Tossicodipendenze)?
V.B.:
Dai dati che abbiamo ricevuto di recente dalla Prefettura, di tutti i ragazzi che sono stati fermati per possesso di cannabis o per alcol, nessuno aveva contattato i servizi perché ad un certo livello essi stessi non si considerano tossicodipendenti, pensano di non avere un problema. Quindi al Ser.T arrivano dopo anni di consumo, quando presentano problemi di tipo fisico e psichico oppure quando si instaura una vera dipendenza. Esiste dunque una fascia di giovani consumatori con episodi di abuso, ma che non utilizza questi servizi. Pensano che il servizio sia dedicato a chi ha un problema grave che loro ritengono di non avere.
Tuttavia nel momento in cui si presentano dei genitori preoccupati per il comportamento dei propri figli, a livello scolastico o famigliare, e dunque si interviene molto precocemente, il Ser.T diventa utile non solo per i soggetti gravi, ma anche per questi ragazzi. Se però anche la famiglia nega il problema, pensando si risolverà con il tempo, i ragazzi arrivano qui quando già la questione è seria. 

P.G.: Ci sono delle caratteristiche comuni nei ragazzi che frequentano il Ser.T?
V.B.:
A livello scientifico, il NIDA - National Institute Of Drug Abuse, uno dei centri più qualificati al mondo, ha effettuato questa ricerca. Alcune caratteristiche, i cosiddetti fattori di vulnerabilità, presenti già dalla prima infanzia, se non sono oggetto di interventi educativi o psicoterapeutici, portano il soggetto ad una situazione a rischio dipendenza nel momento in cui entrerà in contatto con le sostanze. Esistono invece anche fattori protettivi, ovvero un sistema immunitario psicologico per cui, il soggetto che sperimenta la droga e ne subisce gli effetti dannosi, non ne diventerà poi dipendente.

P.G.: Riassumendo, abbiamo visto che il web è un canale difficile da utilizzare per comunicare con i ragazzi, poiché esiste il cosiddetto "overload" informativo, l’eccesso di stimoli ed informazioni che impedisce di indirizzare il soggetto verso le notizie importanti; i media tradizionali ingigantiscono le cattive notizie, ostacolando i processi educativi. A questo punto, cosa potrebbe essere effettivamente utile per riuscire a prevenire determinati fenomeni?
V.B.:
La strada che percorriamo noi è il coinvolgimento al massimo grado dei contesti educativi, la scuola e la famiglia. Ovvero facciamo in modo che la famiglia si attivi precocemente e allo stesso tempo lavoriamo in maniera strategica nelle scuole, attraverso metodi validati a livello europeo. Se interveniamo in questo modo per ridurre i fattori di vulnerabilità e aumentare i fattori protettivi, per fare riflettere sulle motivazioni, per agire sulle life skills, cioè le abilità sociali e l’intelligenza emotiva, sulla gestione delle relazioni, delle emozioni e dello stress, allora gli interventi sono efficaci.




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